I TRENINI DI CASA ROSSI

Nei precedenti racconti ho descritto come da adolescente, il mio tempo trascorresse occupato principalmente da interessi a carattere ferroviario, soprattutto per i treni veri. A casa comunque non avevo distrazioni differenti, c’erano i trenini elettrici!…e studiare quando?...beh, anche la mamma me lo domandava!
I modellini, un pot pourrie di rotabili di varia nazionalità a marchio Lima, li avevo ereditati da Roberto che, ormai cresciuto ed occupato dal lavoro e dalla musica, non ne era più così geloso. Tra le locomotive FS vi erano due E.646, la Tartaruga 001 e ben tre E. 645 (tutte 080 ovviamente!), di cui una mancante del mantice che Roby aveva ricostruito con un pezzetto di stoffa marrone ed altre cui furono smarriti i respingenti, rimpiazzati da chiodi a testa piana!
Esisteva infatti una piccola “squadra rialzo”, che mio fratello aveva approntato in un vano della libreria, dotato di sportello ribaltabile che fungeva da piano di lavoro. Al suo interno erano riposti ordinatamente i modelli ed alcuni attrezzi per la manutenzione custoditi in una cassetta in legno (già appartenuta ad un microscopio), un contenitore in plastica morbida trasparente con beccuccio per l’olio, straccetti vari per la pulizia ed altro. Non mancavano saldatore, bobine di stagno, e pasta antiossidante per gli interventi elettrici che Roby eseguiva con disinvoltura avendo frequentato una scuola professionale.
Questo vano (solitamente chiuso a chiave!), aveva un odore particolarissimo che ricordo perfettamente, così come i due grandi adesivi gialli della SAFE (impresa di forniture antincendio), che sistemati in bella vista facevano molto “officina”!
Le carrozze passeggeri di cui ho memoria erano Corbellini ed altre simili alle 1946 (compreso un postale), in castano/isabella, mentre un paio le rammento nei colori del “treno azzurro”. Ricordo benissimo poi una Touropa DB (blu con caratteri in rilievo), alcune carrozze in acciaio per il treno francese “ Le Mistral”, almeno due tipo Y in grigio ardesia e qualche piano ribassato, tra cui la pilota motorizzata e con luci!
Il parco carri invece comprendeva alcuni tipo E a sponde alte, sia vuoti che con riproduzione del carico (solitamente carbone), vari tipo F con tetto a spiovente (cortissimi!), di cui uno giallo con logo ASG ed un altro che mi affascinava particolarmente con la scritta gelati Alemagna ed un piccolo esquimese che pareva salutasse con la manina! Seguivano vari carri tipo Gs in color rosso vagone, uno con pubblicità FIAT (beige), uno o due Pay con il classico carico di variopinte Mercedes, qualche cisterna per il trasporto di benzine e l’immancabile CAFL a 10 assi per il trasporto della ghisa fusa!
Il materiale aveva girato fino ad allora su circuiti che Roberto realizzava di volta in volta sul pavimento della sala da pranzo (avevamo il parquet), prelevando parte dei binari, soprattutto gli scambi, da una scatola in latta con la scritta TEA MARAVIGLIA su cui campeggiava un baffuto “mandarino cinese”.
Siamo nei primissimi anni ’70 e la differenza di età tra Roberto e me, faceva sì che lui non gradisse molto la mia presenza quando giravano i trenini; solo dietro insistenza della mamma (che gli rammentava di portare pazienza perché lui era più grande…), tollerava che io mi sedessi in un angolo a patto di non toccare nulla!!! Era inevitabile che in pochi minuti io mi “allargassi” cercando di mettere le mani sui modelli ma…venivo dissuaso da sguardi minacciosi!
Mi raccontava la mamma (e lo ricordo benissimo anche io!) che Roby per non farsi sentire da lei e quindi non venire brontolato, facesse cenno con il dito indice rivolto alla porta e mi sibilasse a denti stretti…” da quella parte”! Mi faceva però spesso divertire, guardandolo mentre riproduceva con la bocca i rumori caratteristici della ferrovia: il prolungato sibilo del freno (che moderava facendo decelerare il treno con il trasformatore), il fischio della locomotiva o il compressore che si attivava, ritmandone l’ ululato! Il momento più atteso da me era quando simulava la salita sul treno (una carrozza Corbellini) di una “robusta” zia del mio babbo, frequentemente in visita a Sanremo in quegli anni: con due dita della mano che rappresentavano le gambe, faceva il gesto di appoggiarle sul predellino di accesso esclamando… “ecco che sale la zia…” e la carrozza si inclinava esageratamente di lato!

Nel 1978 avevo dodici anni e realizzai il mio primo vero “plastico”: altro non era che un foglio di compensato da 5/6 millimetri di spessore che misurava 200 x 100 centimetri circa, ricoperto da tappetini erbosi (tipo presepe), su cui avevo fissato un ovale a doppio binario ed una serie di tronchini, senza alcun accessorio fisso ma sufficiente per divertirsi.
La stazione, la pensilina ed il magazzino merci (tutto ancora a marchio Lima), venivano appoggiati su questa tavola che, quando non utilizzata o durante le maniacali pulizie della mamma, scompariva verticalmente dietro l’armadio. Ebbi il permesso di approntarlo quando, partito Roberto per il servizio di leva in marina, disponevo di tutta la camera per me.
Da quel momento e per alcuni anni successivi, fui in grado di rinnovare il parco rotabili, acquistando nuovi modelli con qualche soldo datomi dalla mamma e che non spendevo in altre cose ma soprattutto, grazie a quelli che durante il periodo estivo mi guadagnavo al bar degli zii recandomi a “fare i vuoti”.
Il Caffè gelateria Colombo, oggi "Cafè Renaissance", smerciava un quantitativo impressionante di bibite che all’epoca erano tutte con vuoto a rendere. I baristi (tra cui Roby), versate le bevande accumulavano le bottigliette in vetro ponendole alla rinfusa in robuste casse per la frutta che tenevano sotto il banco. Sostituite man mano che si riempivano, queste venivano portate giù nelle cantine ed il mio compito ogni mattina, era quello di smistare e porre le bottigliie nelle apposite cassette con cui le ditte fornitrici le consegnavano. Il guadagno pattuito era di 250 Lire per ogni cassetta riempita (Coca Cola, Aranciata, Birra, Crodino, Acqua Brillante, ecc.) e vi assicuro, ne facevo pile altissime ogni giorno lavorando un paio d’ore, tre al massimo! A fine settimana, quando lo zio Gastone mi pagava, avevo soldini utili che andavo a spendere presso il negozio Hobby Models il cui proprietario era il Sig. Fattori, cigliuto e scontroso personaggio che amava i clienti…con le idee chiare!
Anche da Hobby Models andavo assieme a Sandro perché, trenini a parte, eravamo attratti dalle due commesse; le ragazze con il camice rosso, carine e sempre sorridenti, venivano spesso brontolate dal Sig. Fattori per qualche inezia…ricordo i loro sguardi al di là dal banco incassando la testa sulle spalle o, quando proprio era giornata nera, gli occhi alzati al cielo sbuffando!
Si acquistava sfogliando il catalogo e scegliendo l’articolo la cui disponibilità era indicata da numeri scritti a penna a fianco dell’immagine; che delusione quando il modello desiderato non era in magazzino!

Verso la primavera del 1979, quando Roby fece ritorno dal servizio militare (congedato poco prima del termine stabilito allora in 18 mesi per la marina), decise di realizzare un plastico dalla travagliata vicenda che vale la pena raccontare.
Un pomeriggio, io e Sandro venimmo reclutati per aiutarlo nel ritirare una tavola di legno presso la falegnameria che si trovava a 600 metri da casa.
Aveva ordinato un foglio di truciolare da 20 millimetri di spessore che misurava 2,5 x 1,5 metri... il peso fate voi! Non dico la fatica per portarlo fin sotto il portone di casa e scoprire una volta entrati, che il bello doveva ancora arrivare!
Abitavamo al quinto piano di un palazzo in via Zeffiro Massa che disponeva sì dell’ascensore…ma non grande abbastanza per farvi entrare una cosa di quelle dimensioni! Ci toccavano per forza le scale…e sarebbe stato ancora niente! La tavola, oltre ad essere pesantissima, aveva lunghezza tale da non permettere di ruotare lungo i pianerottoli: provammo in tutte le maniere, alzandola ed inclinandola, prima dall’alto, poi dal basso, di sbieco e di taglio…nemmeno le peggiori imprecazioni sono servite! L’unica soluzione è stata farla arrivare in cima sollevandola attraverso l’intercapedine esistente tra le ringhiere di ogni rampa di scale!
Dopo averla infilata partendo dallo spazio leggermente più ampio al pianterreno, due persone la tiravano sù (con la forza delle dita!), mentre un altra, raggiunto ed oltrpassato il culmine della rampa inferiore, sistemava sotto la tavola alcuni “calzi” in legno (tenuti fermi facendo peso con il piede), affinché questa non scivolasse. I due quindi scendevano alla rampa inferiore dove aiutavano il terzo uomo a spingerla in alto, per poi tornare su a tirare e così via… riuscite ad immaginare cosa è stato raggiungere il quinto piano? Ancora oggi nelle occasioni di incontro tra noi, l’ episodio non manca di essere rammentato!
Una volta in casa e posizionata la tavola su due massicci cavalletti, i lavori di costruzione del plastico iniziarono subito, curati da Roberto…praticamente in solitario!
Il suo carattere un po’ taciturno del periodo metteva in soggezione e sebbene lontani i tempi in cui, io piccolissimo, venivo buttato fuori dalla stanza …seguivo con ammirazione e mi muovevo quando richiesto! Fino a quel momento gli accessori Rivarossi li guardavo solo attraverso i cataloghi e vedere Roby rincasare con tante scatole bianco/rosse, cofanetti ed altre color legno (Trehobby), era una meraviglia!
Massicciata in spugna, binari dritti e curve a diverso raggio, deviatoi (con marmotta girevole ed illuminata), comandi e relais, piloni per sopraelevazione ed appositi binari, ponte a travata, pali per la linea aerea…c’era davvero tutto!
Il circuito, libera ispirazione di Roberto, lo ricordo come se lo avessi davanti agli occhi: era composto da un ovale a binario unico che correva lungo il perimetro del tavolato alla quota zero. Uno scambio posto al termine di una delle curve, conduceva per mezzo del ramo deviato alla rampa di sopraelevazione e nel corretto tracciato verso una piccola stazione di incrocio dotata di breve comunicazione e tronchino.
La linea sopraelevata era formata da una serie di piloni in progressione (1- 12 e viceversa), sistemati nei tratti in curva e scavalcava alla quota maggiore il tratto rettilineo sottostante discendendo gradualmente fino alla curva successiva.
Nel rettilineo compreso tra una rampa ed il binario esterno, Roby sistemò una pensilina ed il tratto dava l’illusione di una linea a doppio binario! Ogni palo fu disposto ordinatamente lungo il tracciato, retto dalle apposite basette ancorate sotto al binario o negli appositi fori previsti sui piloni, ed anche la catenaria venne inserita con molta cura.
Fu eseguito un lavoro a regola d’arte, degno del “manuale dei tracciati” che la stessa Rivarossi pubblicava come suggerimento per l’utilizzo dei propri accessori.
Alcune corse prova con l’allora nuovissimo “Caimano” Lima (anche al vero era da poco in circolazione sulle FS), mettevano in risalto la silenziosità del binario posato sulla massicciata in spugna. Sebbene la linea aerea non fosse ancora elettrificata, era emozionante vedere la loco con i pantografi alzati che vi strisciavano sotto ed io immaginavo che una volta inseriti il paesaggio, la stazione e tutto il resto, sarebbe diventato il plastico più bello del mondo!
Ogni cosa si sa, ha un inizio ed una fine e mai come in questo caso si può dire che…l’inizio è stato la fine!
Terminato il periodo dei primi collaudi e prossimi all’estate, avremmo ospitato a casa un cugino della mamma e suo figlio che, passando da Sanremo, si sarebbero fermati un paio di giorni.
L’appartamento disponeva di due camere da letto, sala da pranzo, bagno, cucina abitabile e due ampi balconi. Quello della sala da pranzo godeva di vista sul mare (un po' in lontananza, ma sul mare!) ed era abbellito da vasi contenenti gerani e una gran varietà di piante grasse.
La mamma, in forma di cortesia, concesse agli ospiti la sua camera da letto, molto silenziosa che affacciava sullo stesso balcone. E proprio in quel terrazzo il plastico fu traserito per l’occasione, perchè la casa doveva essere in ordine…guai!
Le finestre del nostro appartamento avevano tapparelle avvolgibili montate su guide a snodo che permettevano, spingendole in avanti una volta abbassate, di creare un effetto penombra, maggiormente apprezzabile durante l’estate.
Una disattenzione nostra nel riporre il plastico appoggiandolo lungo il muro del balcone, lo fece sporgere, forse di solo mezzo centimetro, dalla luce della finestra. Il pomeriggio seguente qualcuno spinse la serranda ... e fu il disastro!
Se è vero che la ringhiera impedì al plastico di cadere interamente giù dal quinto piano, la stessa disintegrò tutto quello che ci sbattè sopra: una grande quantità di pali, linea aerea, piloni e binari andarono a finire nel cortile interno delle sorelle Nava, una coppia di anziane signore, gentili e molto riservate.
Ricordo la penosa opera di recupero dei pezzi sparsi in quell’enorme scoperto, con le due donnine che ci guardavano commiserevoli.
Altro materiale lo ritrovammo nel nostro terrazzo, dietro ai vasi delle piante o conficcato nel terriccio, mentre ciò che rimase integro (ben poco, credetemi!), ciondolava tristemente dalla tavola.
Nessuno in casa ebbe la forza di dire una parola e ancora oggi non sappiamo quale fu la mano colpevole!
Poco tempo dopo venne svenduto ciò che fu possibile recuperare ad un collega di Roberto il quale a sua volta tentò di realizzare un plastico ma… il figlioletto glielo impedì! Che il materiale avesse una sorta di maledizione?
Alcuni anni più avanti, lo stesso ragazzo mi regalò parte di quegli accessori (ciò che sopravisse alle “cure” del pargolo), ridotti ormai alle sole confezioni del filo fototranciato per linea aerea e poc’altro.

Roby, sebbene sempre affascinato dai treni, non si dedicò oltre al modellismo ferroviario (come biasimarlo?), anche perché di lì a poco si sarebbe trasferito ad Arezzo dedicandosi esclusivamente alla musica.
Io invece ho continuato ad acquistare modelli, rilevando alcuni pezzi della vecchia collezione del carissimo amico Riccardo Persico, con i quali più avanti avrei condotto i primi esperimenti di elaborazione… ma di questo vi racconterò!